«Missione conclusa?» – Che cosa dice oggi alla Chiesa l’esperienza missionaria

– Circa 70 missionarie e missionari, insieme ad altre persone impegnate nel mondo missionario provenienti da tutta la Svizzera, hanno preso parte la scorsa settimana a Friborgo alla «Giornata delle missionarie e dei missionari». Missio Svizzera, ramo svizzero delle Pontificie Opere Missionarie, e il Servizio Fidei Donum della Conferenza dei vescovi svizzeri hanno posto al centro le esperienze di donne e uomini che per anni hanno vissuto e operato nelle Chiese locali di altri Paesi. L’incontro è stato dedicato alla trasmissione di questo patrimonio di esperienze e ha aperto l’Ottobre Missionario, segnato quest’anno dal 100° anniversario della Giornata Missionaria Mondiale.

L’esperienza missionaria rimane – e cambia lo sguardo sulla Chiesa

«Missione conclusa?» Con questa domanda Markus Cott, direttore nazionale di Missio Svizzera, ha dato il tono alla giornata. I partecipanti hanno ripercorso incontri ed esperienze che li hanno segnati – non per nostalgia, ma guardando al presente: che cosa rimane di un’esperienza missionaria? Che cosa hanno ricevuto, a loro volta, coloro che sono partiti? E che cosa significa oggi la missione?

L’ampiezza di queste esperienze è emersa da una carta del mondo sulla quale le persone presenti hanno indicato i luoghi dei loro impegni passati e attuali. I punti si distribuivano tra l’America Latina, l’Asia e, in particolare, l’Africa. Dietro ciascuno vi erano percorsi di vita molto diversi: anni come missionaria laica a Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo; mezzo secolo come religiosa in Papua Nuova Guinea; oppure la vita di una famiglia durante un impegno ecclesiale a Taiwan.

Ma oggi anche la Svizzera fa parte di questa mappa. Da anni sacerdoti, religiose e religiosi, operatrici e operatori pastorali provenienti dall’Africa, dall’Asia e dall’America Latina sono attivi nelle parrocchie e nelle comunità svizzere. Da tempo la missione non procede più in un’unica direzione, dall’Europa verso altre regioni del mondo: è soprattutto incontro e scambio tra culture e Chiese diverse all’interno della Chiesa universale.

Fare spazio, ricevere – guardare la Chiesa con occhi critico

Tre ex direttori nazionali di Missio Svizzera hanno messo in luce aspetti diversi. Il diacono Martin Brunner-Artho, direttore nazionale dal 2011 al 2021, si è richiamato a Papa Francesco. Per lui la missione significa «fare spazio all’azione di Dio». La fede non si può fabbricare, né si può «conquistare» qualcuno come fedele. Dio è già presente; il compito della Chiesa è riconoscerne l’azione e farle spazio.

P. Bernard Maillard OFMCap, direttore nazionale per dieci anni a partire dal 2001, ha posto al centro la reciprocità: «Chiesa universale non significa soltanto dare. Significa anche ricevere.» In particolare, i sacerdoti e gli operatori pastorali provenienti da altri Paesi che oggi prestano servizio in Svizzera portano con sé esperienze proprie e forme concrete di vita comunitaria. Le altre Chiese locali non sono dunque soltanto destinatarie di sostegno, ma partner da cui la Chiesa in Svizzera può imparare.

Il suo predecessore, P. Damian Weber CMM, direttore nazionale negli anni Novanta, ha rivolto uno sguardo critico alle strutture ecclesiali. La missione, ha sottolineato, non è un compito specialistico affidato a singole opere, ma responsabilità dell’intera Chiesa. Durante il suo mandato come direttore nazionale ha cercato più volte il dialogo con i responsabili ecclesiali in Svizzera su questo compito comune. «A volte gli incontri previsti a questo scopo erano sorprendentemente brevi. Poteva essere frustrante», ricorda.

Che la missione significhi anche ricevere, emerge anche dalle esperienze vissute da padre Damian Weber durante i suoi tredici anni in Sudafrica. Gli è rimasto particolarmente impresso il modo in cui persone che avevano sofferto sotto l’apartheid hanno saputo dare forza anche a lui. «La cosa più bella era sentirsi sostenuto da queste persone», ha raccontato. Al momento del suo rientro gli affidarono un messaggio: «Di’ loro che siamo riconoscenti per la fede che abbiamo ricevuto.»

Al termine della giornata, nella festa di san Nicolao della Flüe, l’abate di Saint-Maurice e responsabile di Missio presso la Conferenza dei vescovi svizzeri, Alexandre Ineichen C.R.A., ha celebrato l’Eucaristia con i partecipanti. La missione va oltre la tradizionale idea di una «missione lontana», ha affermato Ineichen: si vive «dal profondo del cuore e come annuncio di Gesù Cristo nel mondo di oggi, qui e ora».

A Pensier: il rientro, una nuova tappa della missione

Il giorno successivo Fidei Donum ha proseguito lo scambio, in un gruppo più ristretto, a Pensier (FR). Al centro vi era la domanda su come le esperienze missionarie possano continuare a portare frutto dopo il rientro in Svizzera. Sono emerse forme molto diverse: ascoltare e accompagnare persone isolate o vulnerabili, impegnarsi nelle parrocchie e nelle istituzioni ecclesiali oppure aprire la propria casa agli altri. Il rientro può così diventare esso stesso una nuova tappa della missione.

Si è parlato anche di esperienze maturate in altre Chiese locali: comunità ecclesiali di base in America Latina, gruppi biblici, cammini di pellegrinaggio o pasti condivisi nel vicinato. Non possono essere semplicemente trasferite alla realtà svizzera, ma possono offrire spunti per ripensare, alla luce della situazione attuale delle diocesi svizzere, il mandato legato a Fidei Donum e per valorizzare il patrimonio di esperienze delle missionarie e dei missionari rientrati.

Gli incontri di Friburgo e Pensier hanno mostrato anche quanto sia cambiato il volto della Chiesa. Per decenni donne e uomini svizzeri hanno vissuto e lavorato nelle Chiese locali di altri continenti; oggi persone provenienti da quelle Chiese contribuiscono sempre più a dare forma alla vita ecclesiale in Svizzera. La missione abbatte muri, supera confini e apre nuovi orizzonti.

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