Il Giubileo: segno di riconciliazione

Già nell’Antico Testamento si parla del Giorno dell’Espiazione, festa che ricorre ogni anno, ma assume un significato particolare quando coincide con l’inizio dell’anno giubilare, convocato ogni 50 anni (cfr. Lev 25,8-13). Questo giorno era l’occasione nella quale ristabilire il corretto rapporto nei confronti di Dio, tra le persone e con la creazione, e comportava la remissione dei debiti, la restituzione dei terreni alienati e il riposo della terra.

La cadenza cinquantennale non è casuale. Infatti, il settimo giorno è stato dichiarato giorno di riposo da Dio stesso. Gli ebrei hanno continuato a rispettare questo comandamento con lo shabbat. Il numero 7 ritorna anche nel cosiddetto anno sabbatico che ha luogo appunto ogni 7 anni. Alla fine del settimo anno sabbatico e quindi dopo 49 anni, veniva annunciato questo anno speciale con il suono di un corno chiamato yobel, dal quale deriva appunto il termine Giubileo e anche giubilare, fare festa. Un anno di festa quindi, di gioia, un dono di Dio misericordioso che ci concede la grazia del perdono.

Nel Nuovo Testamento, il vangelo secondo Luca descrive in questo modo anche la missione di Gesù, “mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore” (Lc 4,18-19; cfr. Is 61,1-2). Le parole di Gesù sono infatti diventate azioni di liberazione e di conversione nella quotidianità dei suoi incontri e delle sue relazioni.

Nel 1300, il Papa Bonifacio VIII indisse il primo Giubileo nella storia della Chiesa con una cadenza di 100 anni, chiamato anche “Anno Santo”, perché è un tempo nel quale si sperimenta che la santità di Dio ci trasforma. Questa cadenza fu ridotta a varie riprese fino ad arrivare a Papa Paolo II, che nel 1470 decise di indire il Giubileo ogni 25 anni. Oltre ai Giubilei ordinari esistono pure dei momenti ‘straordinari’, l’ultimo nel 2015 quando Papa Francesco ha indetto l’Anno della Misericordia.

Trasformazione, liberazione e remissione sono quindi parole chiave fin dalle origini del Giubileo. In questo senso non è difficile comprendere per quale motivo il Giubileo sia un segno di riconciliazione. Si tratta, infatti, di un “tempo favorevole” (cfr. 2Cor 6,2) per la propria conversione, nel quale mettere Dio al centro della propria esistenza, muovendosi verso di Lui e riconoscendone il primato. Questo significa anche riconoscere che la conversione e il perdono non sono solo frutto della nostra volontà, ma anche della misericordia e della grazia di Dio.

Concretamente, si tratta di vivere il sacramento della riconciliazione, di approfittare di questo tempo per riscoprire il valore della confessione e ricevere personalmente la parola del perdono di Dio. In questo senso, l’indulgenza è manifestazione concreta della misericordia di Dio, che supera i confini della giustizia umana e li trasforma. Questo tesoro di grazia si è fatto storia in Gesù e nei santi: guardando a questi esempi, e vivendo in comunione con loro, si rafforza e diviene certezza la speranza del perdono per il proprio cammino di santità. L’indulgenza permette di liberare il proprio cuore dal peso del peccato, perché la riparazione dovuta sia data in piena libertà.

L’Indulgenza, dunque, è una grazia giubilare, frutto di un percorso di conversione. Il Signore concede questa esperienza di misericordia attraverso alcune azioni spirituali indicate dal Papa. Il pellegrinaggio è parte integrante di questo percorso di conversione.

Il pellegrinaggio: cammino di conversione

Anche il pellegrinaggio è un’esperienza di conversione, di cambiamento della propria esistenza per orientarla verso la santità di Dio. Il Giubileo chiede quindi di mettersi in cammino e di superare alcuni confini. Ma il pellegrinaggio e la celebrazione dell’indulgenza giubilare necessitano la consapevolezza che è la vita di carità che dà loro il senso ultimo e l’efficacia reale costituendo una caratteristica principale della vita cristiana.

D’altronde, la carità è il segno preminente della fede cristiana e sua forma specifica di credibilità. Secondo l’evangelista Giovanni, l’amore verso il prossimo, che non viene dall’uomo, ma da Dio, permetterà di riconoscere i veri discepoli di Cristo. Nessun credente può quindi affermare di credere se poi non ama e, viceversa, non può dire di amare se non crede. Anche l’apostolo Paolo ribadisce che la fede e l’amore costituiscono identità del cristiano; l’amore è ciò che genera perfezione (cfr. Col 3,14), la fede ciò che permette all’amore di essere tale. E come ci ricorda l’apostolo Pietro è necessario conservare “una grande carità, perché la carità copre una moltitudine di peccati” (1Pt 4,8).

La carità è quindi la maggiore espressione di conversione. Conversione è la parola chiave e il senso del Giubileo; essa ha luogo tramite un pentimento sincero e la remissione dei peccati, che ci permette di riconciliarci a Dio e al prossimo.

La Porta Santa dà accesso alla grazia

Il Giubileo viene inaugurato tradizionalmente dall’apertura della Porta Santa di San Pietro, che rimane aperta tutto l’Anno Santo per il passaggio dei pellegrini e viene chiusa il 6 gennaio dell’anno successivo. La prima Porta Santa fu aperta nel 1425 da Papa Martino V in S. Giovanni in Laterano. Originariamente, infatti, vi era un’unica porta, presso la Basilica di S. Giovanni in Laterano, che è la cattedrale del vescovo di Roma. Per permettere ai numerosi pellegrini di compiere il gesto, più tardi anche le altre Basiliche romane hanno offerto questa possibilità. In seguito i Papi hanno concesso l’apertura di altre Porte Sante in tutto il mondo.

Questa porta assume così un significato particolare: è il segno più caratteristico, perché la meta è poterla varcare. E nel passare questa soglia, si esprime la decisione di seguire e di lasciarsi guidare da Gesù, che è il Buon Pastore, come nel vangelo di Giovanni cap. 10: “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo”. Con questo gesto, non solo si vive in senso pieno l’indulgenza legata all’Anno Santo, ma il passaggio significa anche che il proprio cammino di conversione è arrivato all’incontro con Cristo, la ‘Porta’ che ci unisce al Padre. Questa Porta è sempre aperta per chi si converte e simboleggia il passaggio dal peccato alla grazia.

Del resto, la porta è anche passaggio che introduce all’interno di una chiesa. Per la comunità cristiana, non è solo lo spazio del sacro, ma è segno della comunione che lega ogni credente a Cristo: è il luogo dell’incontro e del dialogo, della riconciliazione e della pace che attende la visita di ogni pellegrino, lo spazio della Chiesa come comunità dei fedeli.

La Porta Santa di San Pietro, realizzata nel 1949 dallo scultore Vico Consorti, fu un dono di mons. Franziskus von Streng, allora vescovo di Basilea e Lugano, a Papa Pio XII, come ringraziamento al Signore per aver risparmiato la Svizzera dalla Seconda Guerra Mondiale.