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« La persona anziana e il paziente dipendente »

Messaggio della CVS per la giornata del malato del 3 marzo 2013

Lettera agli ammalati, alle loro famiglie e a chi li circonda

Quando tutto va bene, il tempo passa in fretta. Invece quando si soffre o si accompagna qualcuno che soffre, il tempo sembra s'allunghi. A tal punto che l'impazienza rischia di inasprire, rendere la persona più sensibile a tutto ciò che capita, a ciò che si fa e si dice.

In italiano, di un malato o d'una persona degente si dice che è un "paziente" (viene dal latino « pati » che significa soffrire). Ma che fare, che dire quando il paziente diventa impaziente, quando chi gli sta attorno perde pazienza?

Si dice anche che la pazienza è la madre di tutte le virtù. Quindi coltivandola, le virtù "figlie" dovrebbere sorgere una dopo l'altra a soccorrere: la dolcezza, la semplicità, l'accoglienza, ma soprattutto la fede e la speranza per aprire i nostri cuori all'opera di Dio.

Per parlarne, quest'anno, ci fermeremo su due situazioni: quella delle persone anziane malate e dei pazienti che soffrono di dipendenza.   

La persona anziana sofferente

Il problema dell'anzianità non è nuovo. In ogni epoca ha visto imporsi le infermità, man mano. D'una persona anziana che perdeva un po' il senno si diceva che ridiventava come un bambino. Anche se Gesù ci chiede di avere uno spirito d'infanzia, nessuno si rallegra di vedere il passo venir meno, scemare la vista o l'udito.  

Giunge allora un periodo della vita dove a causa dell'età o d'una malattia grave ci si pone molti interrogativi. Non si riesce più a lavorare, si ha l'impressione di essere di peso, di causare pena... Tutto ciò gira per la testa come una reale tentazione di scoraggiamento.

Nella Bibbia, il libro dell'Ecclesiaste (o Qohelet) comporta un capitolo meraviglioso che dice: « Ricòrdati del tuo creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni di cui dovrai dire: "Non ci provo alcun gusto" ».

In linguaggio poetico, il Qohelet descrive l'età avanzata dicendo: « prima che si oscuri il sole, la luce, la luna e le stelle ... e si curveranno i gagliardi e cesseranno di lavorare le donne che macinano, perché rimaste in poche, e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre e si chiuderanno le porte sulla strada; ...e si affievoliranno tutti i toni del canto; quando si avrà paura delle alture e degli spauracchi della strada; ... poiché l'uomo se ne va nella dimora eterna e i piagnoni si aggirano per la strada … » (Qohelet 12).               

E' questo il momento quanto mai propizio di udir riecheggiare nel cuore parole come quelle che suggerisce san Paolo nella sua lettera ai Romani: « ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi.» (Rom 8). Tali parole fanno avvertire il patire e poi la vita eterna come segni e parole di speranza. A differenza della speranza effimera che mira unicamente a una felicità immediata, la vera speranza è una virtù da scoprire, perché ci conduce al cielo, vissuto come letizia futura ed eterna.  « La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. » (Rom 5).

Come accettare le infermità legate all'età, come accettare di vedersi venir meno, invecchiare, se non forse cercando una forza morale e spirituale interiore? San Paolo ne parla così: « quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un'abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani di uomo, nei cieli » (2 Cor 5).  Questa dimora è dentro ciascuno di noi. Con l'età, ci sono meno attività: è tempo quindi di andare alla scoperta valori più interiori.

La famiglia, l'ambiente, il personale di cura

Qui ci è offerta l'occasione di rivolgerci alle famiglie degli ammalati, a chi li circonda e al personale di cura. Innanzitutto vi è dovuto un grande grazie, a tutti voi che vi affacendate ad alleviare i dolori dei pazienti negli ospedali, a casa e nelle dimore per persone anziane. Il vostro ruolo è molto importante, perché innanzitutto viene a colmare un bisogno di presenza. Certe persone, sentendosi sole, qualche volta non hanno più la forza di lottare contro l'infermità o la malattia.

Ma che dire, che fare, quando la persona anziana perde le facoltà intellettuali, la memoria ? 

Nella Bibbia, il libro di Ben Sirac il Saggio afferma : « Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia, non contristarlo durante la sua vita. Anche se perdesse il senno, compatiscilo e non disprezzarlo, mentre sei nel pieno vigore.» (Siracide 3).

Importa innanzitutto circondare questi degenti di rispetto e affezione. Come fanciulli, benché non comprendano più una conversazione, avvertono molto intensamente i segni di amore e tenerezza. E non conta soltanto cosa siano diventate. C'è anche il rispetto, l'ammirazione che hanno suscitato. E poiché queste persone sono nostri parenti o benefattori, meritano tutta la nostra gratitudine. Amarle e servirle, è amare e servire il Signore stesso: « ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me. » (cf. Matteo 25,40).

Non temano di chiedere aiuto i membri della famiglia che accompagnano il malato. C'è una forma di semplicità e di saggezza nell'accettare l'aiuto, perché occorre tenere sulla durata.

Altro soggetto: le vittime di malattie dovute all'addizione e alla dipendenza

Osiamo abbordare la situazione dei malati di alcoolismo, droga e altre dipendenze. Spesso questo genere di malattia comporta un aspetto di responsabilità da parte del paziente e d'incomprensione o disprezzo da parte dell'entourage. Sono tacciati di mancanza di volontà, di coraggio o di perseveranza per uscire da quello stato. Oggetto di scherno o di sdegno, questi pazienti sembrano incapaci di resistere alla tentazione e ricadono senza sosta malgrado tutte le promesse. Occorre dire che spesso si sentono meglio sotto l'effetto dell'alcool o della droga che ritengono inconsciamente come un rimedio. Subendone l'effetto dimenticano momentaneamente i problemi e ciò li induce facilmente ad un'attitudine di manipolazione delle persone che vogliono aiutarli.

Medicalmente, si sa che questo genere d'abuso distrugge certe cellule del cervello e indebolisce la volontà. Per evitare il giudizio e l'intervento dell'entourage, spesso si nascondono. Il problema è più profondo e risulta da numerosi fattori ereditari o di circostanza. Un sentimento d'incomprensione, angoscia, scacco familiare, sociale o professionale può spingere a compensare con una dipendenza.

Le persone attorno soffrono di queste attitudini e devono trovare coraggio per continuare ad amarli. Gesti, parole d'affetto e preghiere sono più efficaci di tanti rimproveri. Qualche volta è difficile trovare la strada del cuore, ma l'amore attento e benevolo può fare miracoli.

Lo stress dell'accompagnamento

Non dimentichiamo lo stress, l'usura e la fatica che molto spesso vivono coloro che attorniano le persone anziane e i malati dipendenti. L'attenzione dev'essere di ogni momento e la vigilanza totale.

Esistono istituzioni, associazioni che permettono ai pazienti di parlare del loro problema senza pregiudizi. Ringraziamo di cuore e incoraggiamo le persone che si dedicano al loro servizio. Per i pazienti, l'amicizia e soprattutto le forze spirituali offerte dalla fede cristiana  consentono dei bei cammini.   

Che le persone anziane o ammalate per dipendenza, come pure l'entourage familiare e di cura trovino, nell'incontro personale con il Cristo, le forze e le ragioni di credere e di sperare ancora. Le persone impegnate nelle cappellanerie, come pure coloro che visitano gli ammalati non cessino di ricorrervi: occorre leggere e rileggere la Buona Novella del vangelo.  « Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, ci dice Gesù, e io vi ristorerò.» (Matteo 11,28).

La preghiera fiduciosa e perseverante dà forze insospettate e suggerisce un cammino progressivo che permette di riconquistare una dignità di cui numerosi ex alcoolizzati o tossicomani possono testimoniare.  

Da noi il mese di marzo è tradizionalmente un mese dove si è più sensibili ai problemi della salute, e quindi la Conferenza dei vescovi vuole incoraggiare ciascuno a vivere questa Beatitudine: « ero malato e mi avete visitato. » (Matteo 25,36).  I vescovi vi assicurano del loro sostegno e della loro preghiera.

 

A nome della Conferenza dei vescovi svizzeri,

Joseph Roduit, Abate di Saint-Maurice