06.01.2014

Commento alla lettura dell'Antico Testamento per il „Dies Iudaicus“ 2014: Genesi 12, 1-4 [1]

„E il Signore disse: sia luce – e Abramo fu.“ Il Midrash, esegesi ebraica primitiva, comincia così la storia di Abramo raccontata nel primo libro di Mosè, la Genesi (capitoli 12-25). Con il cap. 12 si aprono una nuova era e la storia della salvezza d'Israele: la promessa della terra e la benedizione d'Abramo e della sua discendenza.

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Commento Genesi 12, 1-4 (177.00 kB)


Nel cuore della storia c'è il patriarca che porta ancora il suo nome originale « Abram ». Con Abramo non è una biografia in senso moderno che comincia, ma la storia d'un uomo con il suo Dio. L'Antico Testamento chiama due volte Abramo "Amico di Dio" (2 Cr 20,7; Is 41,8). L'incontro del patriarca con Dio mostra l'attaccamento di Dio al popolo d'Israele. Quando il Signore chiama Abram, porta il nome divino JHWH : "Sono-Sarò". Il nome annuncia la natura divina: sin dall'inizio, Yahvé si annuncia come un Dio in cammino e che accompagna. La storia di Dio con gli uomini comincia con un appello a camminare verso l'ignoto, con una partenza e un movimento.

Il racconto del cap. 12 della Genesi inizia direttamente con l'appello di Dio rivolto ad Abramo. L'esigenza divina si manifesta brevemente e chiaramente e Mosè Mendelssohn (1729-1786), primo Ebreo ad aver tradotto la Torah in tedesco, ne avverte il carattere incondizionale:

Gn 12,1: Il Signore gli dice: „Parti dal tuo paese, lascia la tua famiglia e la casa di tuo padre, va nel paese che ti mostrerò.“ [2]

L’ordine divino è imperativo in ebraico: „Lech Lecha“ – לֶךְ־לְךָ „parti“ - „va a fare la tua vita“. Il verbo scelto („halach“), significa „mettersi in cammino, essere in cammino“. Non descrive soltanto una direzione o destinazione geografica, ma designa anche l'abbandono totale, il distacco interiore da tutto. L'appello „Lech Lecha“ [3] sottolinea il carattere assoluto del comandamento : « disinteressarsi di ogni altra cosa, non preoccuparsi di null'altro che di partire, perdersi, percorrere il proprio cammino » [4].

Il commentatore ebraico della Bibbia, Benno Jacob, che ha tradotto e commentato nel 1934, al momento della persecuzione degli Ebrei, "Il primo libro della Torah: la Genesi", ci fornisce, con l'ausilio della filologia, il senso profondo di questa semplice frase: la parola di Dio לֶךְ־לְךָ ad Abramo risuona immediatamente nella sua accezione più forte: rompi tutti i ponti, parti senza guardare indietro. E' l'esigenza che Dio pone a coloro che chiama: seguire unicamente il suo cammino. L'ingiunzione aumenta drammaticamente d'intensità con il triplice richiamo dell'esigenza, sempre più forte: tre volte si dice "lasciare" ed il legame con la persona è sempre sottolineato con l'aggettivo "tuo": "lascia il tuo paese", cioè tutti i legami economici, sociali, politici e sentimentali con la madrepatria; "lascia la tua famiglia" e infine "lascia la casa di tuo padre", il focolare che determina l'origine sociale e l'appartenenza. Benno Jacob connota come "grande paradosso (il fatto) che la storia del popolo di cui è forza la famiglia e la fedeltà al passato debba cominciare con la rottura nei confronti della tradizione e degli antenati – perché è Dio a chiamare ». [5]

Senza far domande e senza esitare, senza tergiversare, Abramo esegue l'ordine divino e lascia Ur in Caldea per partire in direzione di Canaan.

Tre volte, Dio esige da Abramo di prendere congedo: dalla patria, dalla famiglia e dalla casa di suo padre.

Tre volte, Dio promette ad Abramo la sua benedizione: in vista d'un nuovo paese come spazio vitale, della futura discendenza e di un nome prestigioso:

Gn 12,2: „Farò di te una grande nazione, ti benedirò, renderò grande il tuo nome, e tu diventerai una benedizione.“(Jacob)

„Benedire“ (barach) significa innanzitutto: provvedere di beni materiali e di felicità terrestre, cioè soprattutto di ricchezza e di figli. Nel caso presente è la promessa d'una grande discendenza, fatto sorprendente per un uomo già molto anziano e per sua moglie sterile, Sarai (Sara). La benedizione di Dio si traduce con la nascita tardiva del loro figlio Isaac, non esaurendosi peraltro nel prodigio di questa paternità e maternità inattese, ma realizzandosi pienamente con quel popolo che Dio sceglie e con cui conclude l'alleanza per tutti i secoli.

All'inizio di questo futuro c'è Abramo.

Il Signore, il cui nome è santo e non va pronunciato, dice ad Abramo: "renderò grande il tuo nome". L'esegesi del giudaismo primitivo, il Midrash Bereshit rabba (2e-3e s. dopo Cristo), interpreta concretamente la parola "render grande" con "ingrandire", tenuto conto dell'aggiunta d'una lettera da Abram ad Abraham. L'allungamento del nome simboleggia l'elevazione di Abramo: nessun altro nome umano è stato mai "ingrandito" da Dio. [6]  Solo quando Dio stipula la sua Alleanza eterna con lui e la sua discendenza, "Abram" diventa esplicitamente "Abramo", ossia "padre di tutti i popoli" (Gn 17, 3-6). Pure sua moglie Sarai diventa, con la promessa d'un figlio, "Sara", "l'Imperatrice" regnante su re e nazioni (Gn 17, 15-16). Nel giudaismo i nomi non sono soltanto sfumature, ma designano l'esistenza d'un Uomo, il suo essere e la sua missione. I cambiamenti di nome costituiscono un rovesciamento esistenziale.

Abramo diventa "padre di numerose nazioni".

La parola conclusiva "Diventerai una benedizione" suona come un "ordine alla storia, una parola di creazione". [7] L'effetto della benedizione che emanerà da Abramo gli conferisce una dignità quasi regale. Chi lo benedice sarà benedetto, chi lo disprezza maledetto. Tramite Abramo, Dio rivela una benedizione sovrabbondante alla quale avranno parte tutti i popoli.

All'inizio di quest'avvenire, ricco di benedizioni per tutta l'umanità, c'è Abramo.

Il teologo cattolico Karl-Josef Kuschel vede nella storia di Abramo anche l'opportunità d'una pace interreligiosa tra le tre religioni abramitiche: "la fonte si chiama: Abraham. Questa fonte si chiama Abraham, Hagar e Sara, parenti tutelari delle religioni ebraica, cristiana e musulmana." [8]

La Bibbia rivela che Abramo, "vecchio e stanco di vivere", morì: E i suoi figli Isacco e Ismaele lo seppellirono nella grotta di Macpela (...) (Gn 25, 9a; Lutero).

La storia dei figli d'Abramo, Ismaele e Isacco, reca in nuce sia il germe del conflitto politico sia la scintilla della pace.

Così ha scritto il filosofo ebraico delle religioni Ben-Chorin :

 « Non conosco alcun conflitto politico di cui l'origine risalga a 4000 anni; è il caso tuttavia della Terra promessa, indissociabile dall'elezione d'Israele. 

E' a partire dalla storia primitiva degli Ebrei e degli Arabi, fratelli nemici, che occorre comprendere la problematica del presente, mostrando che non si tratta soltanto d'un patrimonio leggendario arcaico, ma d'una tensione persistente tra popoli apparentati.

Ismaele e Isacco non sono stati teneri l'uno con l'altro, però si sono riuniti attorno alla salma del padre e l'hanno sotterrata assieme nella grotta di Macpela a Hebron, che Abramo stesso aveva comperata come tomba di famiglia alla morte della moglie Sara.

Questa convergenza è oggi dimenticata. (…) Attualmente nessuno pensa di fare di questo luogo santo del Giudaismo e dell'Islam un simbolo d'incontro ecumenico, che corrisponderebbe nondimeno alla tradizione biblica. » [9]

Kuschel vi vede la giustificazione d'un "ecumenismo abramitico". Ebrei, Cristiani e Musulmani devono riscoprire, al seguito di Abramo, la loro responsabilità per tutti i popoli della terra e assieme investire il mondo di tolleranza, giustizia e umanità: "L'avvenire dell'Europa e del Medio Oriente del terzo millennio potrebbe dipendere in maniera decisiva dal fatto che Ebrei, Cristiani e Musulmani trovino o no quella specie di fraternità abramitica e siano capaci di rimettersi costantemente in cammino, come l'ha fatto Abramo, diventando così una benedizione per tutta l'umanità." [10]

Il racconto biblico della Genesi (12, 1-4) finisce come è iniziato, laconicamente: Abramo segue l'appello di Dio « Lech Lecha » (parti), senza una parola, naturalmente:

Abramo partì come EGLI glielo aveva detto (…). (versetto 4a; Jacob)

Con una piccola parola, spesso dimenticata nelle traduzioni, l'ultima frase sottolinea come tutto ciò che gli è stato richiesto non era per nulla evidente: lasciare la patria e la casa di suo padre, abbandonare parentela e beni, accettare la promessa d'una discendenza numerosa e d'un paese nuovo:

Ma Abramo aveva 75 anni quandò uscì da Harrane. (versetto 4b; Jacob)

Il protagonista della storia non è un giovane eroe; è un vecchio che deve dimenticare il suo passato e che è promesso ad un grande avvenire. Soltanto la fede incredibile di Abramo rende possibile la storia di Dio con il suo popolo Israele.

Abramo è all'origine della storia d'Israele.

Ciò che Dio fa nei confronti di Abramo può certo esser definito come elezione e esodo da un paese vecchio ad uno nuovo. Elezione ed esodo trovano il loro apogeo nella conclusione dell'Alleanza. Abramo è il partner privilegiato di Dio per stabilire la sua alleanza. Essa riguarda l'impegno di donare un paese, sulla base della promessa di Canaan.

La storia di Abramo diventa "l'ora di nascita del giudaismo". [11]

Il poeta di Gerusalemme Elazar Benyoëtz racconta in termini poetici il significato della storia di Abramo per il giudaismo :

 "All'inizio della storia non c'è né gigante capace di portare il mondo, né Utnapishtim che può, come un dio, sopravvivere a sé stesso – bensì un vecchio che voleva soltanto cominciare, cominciare senza cercare di perpetuarsi e soltanto sulla base d'una parola e contro-parola che ancora non era stata data.

Un vecchio che non desiderava e non esigeva niente, a cui non bisognava raccontarne di belle, di cui l'entrata nella storia ha fatto dimenticare la storia propria.

In verità ha meritato la sua età: ricompensa di tutti i giorni e di ciascun istante; la portava con dignità e un muto silenzio. Una roccia, abbastanza forte per sostenere Dio e il suo mondo".

"Il Giudaismo comincia con Abramo e con lui raggiunge subito la maturità." [12]

Prof. Verena Lenzen, Copresidentessa della Commissione di dialogo ebrei/cattolici della Svizzera

INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE

Le traduzioni citate dalla Bibbia

Selig Bamberger, Die fünf Bücher der Thora nebst den Haftaroth, Megilloth und sabbatlichen Gebeten (I 5 libri della Torah oltre a Haftarot, Megilloth e preci del sabbat), con traduzione tedesca di L. H. Löwenstein, rielaborato dal rabbino Dr. Selig Bamberger. Rödelheim o. J., Sesta edizione, Primo libro.

Martin Buber, Franz Rosenzweig, Die Verdeutschung der Schrift. Bd. 1: Die Bücher der Weisung. (La germanizzazione della scrittura, Vol.1: i libri della Saggezza). Gerlingen 1997.

Benno Jacob, Das Buch Genesis (Il libro della Genesi). Edito in collaborazione con l'Istituto Leo Baeck. Riproduzione dell'originale nelle Edizioni Schocken, Berlino 1934, Stoccarda 2000.

Martin Luther, Die Bibel nach der Übersetzung Martin Luthers. (La Bibbia secondo la traduzione di Martin Lutero), Stoccarda 1985.

Moses Mendelssohn, Die Tora nach der Übersetzung von Moses Mendelssohn mit den Prophetenlesungen im Anhang (La Torah secondo la traduzione di Moses Mendelssohn con le letture dei Profeti in allegato), edito su mandato dell'Abraham Geiger Kolleg e del Moses Mendelssohn Zentrum Potsdam da Annette Böckler con una prefazione di Tovia Ben-Chorin, Berlino 2002.

Opere citate :

Elazar Benyoëtz, Variationen über ein verlorenes Thema (Variazioni su un tema perduto), Monaco di Baviera 1997.

Karl-Josef Kuschel, Streit um Abraham. Was Juden, Christen und Muslime trennt – und was sie eint. (Disputa attorno ad Abramo. Ciò che separa Ebrei, Cristiani e Musulmani – e ciò che li unisce), Monaco di Baviera 1994.

Schalom Ben-Chorin, Die Erwählung Israels. Ein theologisch-politischer Traktat (L’elezione d'Israele. Un trattato teologico-politico), Monaco di Baviera 1993.

Schalom Ben-Chorin, Abraham. Augsburg 1995.

Welt und Umwelt der Bibel (Mondo e ambiente della Bibbia). Edito dal Katholisches Bibelwerk. Stoccarda, n°. 30, 8° anno, 4° trimestre 2003: Abraham.

[1] Questo commento non è un modello di omelia, vuole semplicemente fornire qualche impulso dal punto di vista giudaico e interreligioso alla lettura della seconda domenica di Quaresima 2014, traendola dall'Antico Testamento. Queste riflessioni sottolineano il senso del « Dies Iudaicus » : la « Giornata del Giudaismo » costituisce l'espressione viva della prossimità unica di giudaismo e cristianesimo e deve divenire una giornata comune di scoperta del giudaismo.

[2] Il rabbino Selig Bamberger, p. 22, segue la versione di Mendelssohn (nella traduzione francese): L’Eternel dit à Abram: quitte ton pays, ton lieu de naissance et la maison de ton père pour aller dans le pays que je te montrerai. Martin Buber e Franz Rosenzweig traducono, p. 36 : Il dit à Abram : pars devant toi loin de ton pays, de ta famille, de la maison de ton père, pour le pays que je te ferai voir. Martin Lutero scrive, p. 13: Et le SEIGNEUR dit à Abram: Quitte ta patrie et ta famille et la maison de ton père pour un pays que je veux te montrer.

[3] Cf. le corollaire : Gn 22,2.

[4] Cf. Benno Jacob, pp. 333s.

[5] Cf. ibid., p. 334.

[6] Cf. Benno Jacob, p. 336.

[7] Cf. Benno Jacob, p. 339; verso 3, p.337: Und ich werde segnen, die dich segnen und wer dich verwünscht, den werde ich verfluchen, und segnen sollen sich mit dir alle Geschlechter des Erdbodens.

[8] Karl-Josef Kuschel, Streit um Abraham (Disputa attorno ad Abramo), p. 12.

[9] Schalom Ben-Chorin, Die Erwählung Israels (L'elezione d’Israele), p. 127 (tradotto qui in italiano).

[10] Karl-Josef Kuschel, Streit um Abraham (Disputa attorno ad Abramo), p. 306.

[11] Cf. Karl-Josef Kuschel, Streit um Abraham (Disputa attorno ad Abramo), p 32.

[12] Elazar Benyoëtz, Variationen über ein verlorenes Thema (Variazioni su un tema perduto), p. 15.